Periferia

​Mi trovo fuori al balcone di casa mia mentre il sole tramonta. Abito in periferia, quella vera, in cui natura e contaminazione umana si intrecciano in modi bizzari e impensabili. 

Il cielo occupa la metà della mia visuale. Mentre scrivo il buio cala impercettibilmente, e le sfumature del cielo si fanno sempre più cariche di un blu scuro, poi di viola, e di rosa. Avverto la tristezza e il vuoto di un tramonto senza sole, che purtroppo dal punto in cui mi trovo non riesco a vedere. Di tanto in tanto, qualche rigolo di fumo spunta da dietro uno sfondo confuso di alberi e di palazzi. 

Guardo in basso e vedo la campagna, quella che da anni mi segnala scupolosamente il passaggio da una stagione all’altra. Un enorme orto assortito di ogni genere di pianta (compreso qualcosa di illegale), affiancato da un vigneto, e circondato dagli alberi più disparati: alberi di limoni, di fichi, ulivi e molti altri che non mi azzardo ad identificare. All’inizio della campagna c’è un pollaio, abitato da un gallo che canta praticamente a tutte le ore, e da cinque o sei galline che un po’ troppo timidamente tentano la fuga ogni qual volta viene aperta la porta sgarrupata del pollaio. Appoggiati a una parete esterna del pollaio disposti in fila ci sono gli attrezzi per lavorare la terra, rivestiti da un consistente strato di rugine come solo i veri attrezzi navigati sanno essere. Me li immagino dormicchianti e sfiniti dopo un’intensa giornata di lavoro. Uno dei proprietari della campagna si aggira ancora nella terra, raggruppa le sue cose e le carica nel portabagagli della sua auto parcheggiata accanto al pollaio. Un uomo basso e tarchiato dai capelli bianchi e spettinati, e tanto affannato che riesco quasi a sentire il suo sopraffiato da qui. Seduto in auto c’è un ragazzo di colore, che addenta il suo panino voracemente e con la bocca piena urla qualcosa al proprietario:

“Vuò mano, Pasquà?”

“No, no, quann’ maj. Pienz’ a mangià.”

Alle spalle della campagna ci sono degli enormi tendoni, tipo bunker, che appartengono a un rimessaggio di camion che si trova poco più avanti. Da lì provengono rumori quasi incessanti di motori, puzza di carburante e di plastica bruciata. Dall’altro lato invece vedo una schiera di palazzi gialli e verdi come il mio. Da qualche finestra riesco a vedere una televisione accesa, da un’altra un un gruppo di persone sedute attorno ad un tavolo, e da un balcone quasi di fronte al mio un uomo che litiga al telefono con un operatore della Vodafone. Urla parecchio…Anche se volessi, non potrei farmi i fatti miei. 

Ormai è quasi buio e qualche lampione comincia ad accendersi lentamente. Quasi non fanno luce tanto sono vecchi, e soprattutto, tanto sono pochi. Alcuni illuminano timidamente lo spiazzo esterno del palazzo di fronte al mio, dove sono parcheggiate le auto e ogni tanto qualche bambino si azzarda ad andarci a giocare. Una famiglia esce dal portone del palazzo e si dirige verso la propria macchina. I due bambini entusiasti, fanno a gara a chi ci arriva per primo, mentre i loro genitori li seguono placidamente. “Si ve facite male, allat’ ò ‘rriest”.

Proprio come i bambini che corrono entusiasti verso l’auto, in gruppo di due o tre cani irrompe nel vialetto che conduce alla campagna, diretto con convinzione verso i cassonetti della spazzatura. Prontamente, il proprietario della terra afferra una pala e li spaventa per farli scappare. Ma uno di loro, glorioso e impavido, addenta una bottiglia di plastica e scappa via con il suo opinabile bottino.

Sfinito ormai l’uomo della terra entra nella sua auto, che quasi affonda a terra appena lui si siede. Il ragazzo di colore tempestivamente mette in moto, e dopo una serie di rumori poco rassicuranti l’auto parte e si allontana piano. Il tutto, accompagnato dai rumori dei cancelli automatici che si aprono e si richiudono faticosamente. Dopo qualche secondo di intenso silenzio come solo una zona di periferia può regalarti, sento qualche voce proveniente dall’appartamento sotto il mio. “Fet’ troppo assaj, s’adda’ ittà!”. Una coppia litiga su chi deve andare a buttare la spazzatura. Poco dopo, rassegnato e affranto un uomo con un paio di buste si dirige verso i bidoni. Apre il cancelletto che separa lo spiazzo del mio palazzo dal vialetto della campagna, apre uno dei tre bidoni e vi scaraventa con vigore le buste. Rientra nello spiazzo dimenticandosi di chiudere il cancelletto, e si affretta verso l’ingresso del palazzo.

I lampioni cominciano a fare un po’ più di luce, ma solo perchè in maggiore contrasto col buio. Comincia anche a fare un po’ di freddo. Mi avvolgo meglio nella mia ridicola coperta e mi accendo una sigaretta. Il fumo si muove denso e lento verso l’alto, quasi non c’è vento. Il cielo è ormai scuro, e ricoperto da una patina evanescente quasi violacea di smog. Finita la sigaretta, decido di rientrare.
Complessivamente, quello che mi si presenta davanti agli occhi ogni giorno appare come nient’altro che un insieme confuso di elementi dissonanti. 

Il paesaggio che vedo dal mio balcone è intrinseco di una mutevolezza tanto repentina quanto incontrastabile. Oltre che al susseguirsi delle stagioni, forse il processo più naturale al quale assisto, vedo un progressivo tentativo di edifici e palazzi di sovrastare quello che resta del verde che stenta a sopravvivere in questa zona. Il mare all’orizzonte non posso più vederlo. Lo spettacolo di un sole che nasce e muore lì, in quel mare che mi faceva da culla, ha perso la sua spettatrice più appassionata. Giorno dopo giorno, non faccio che identificarmi in questa natura che cresce soffocata e impedita. Una sfiancante, impegnativa, ma a tratti meravigliosa lotta alla sopravvivenza.

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Carte in tavola

Non è presunzione. Non penso che qualucuno abbia risentito della mia assenza su questo sito…Fatta eccezione per me, ovviamente.
Non ho smesso di scrivere, ma scrivere per sè stessi non è appagante come sapere che qualcun’altro sta scorrendo gli occhi sulle righe che ho digitato. Questa sincerità potrebbe non essere apprezzata, specialmente se espressa da una che non vuole nemmeno rivelare la propria identità. Ma se vi piace ciò che scrivo, e lo spero, abbiate un po’ di pazienza. Ho bisogno di organizzarmi un po’.

flash predittivi

Il mio risveglio fu lento quel giorno. Aveva il sapore della domenica mattina, per quanto non lo fosse. L’assopimento era ancora tale da non avere nè la forza, nè il coraggio di aprire gli occhi. Ma dopo aver preso coscienza di quello stato di dormiveglia disturbante, li aprii e fui accecata dalla luce che tagliava parallelamente il buio della mia camera. Una luce troppo forte per essere appena mattina; infatti, erano circa le tre del pomeriggio. La mia prima operazione mentale appena sveglia fu quella di calcolare quante ore avessi dormito, ipotizzando di essere riuscita ad addormentarmi intorno alle otto del mattino, lottando contro gli uccellini che canticchiavano e una luce che tuttavia era ancora sopportabile. Incredibilmente avevo dormito sette ore, dopo circa trentaquattro ore di veglia. Lo stupore e un inquietante senso di onnipotenza mi spinsero ad alzarmi dal letto, convinta di riavere le mie facoltà mentali del tutto pronte e lucide per affrontare la vita, e recuperare i danni provocate durante lo stato di sonnabulismo. Dopo aver ricaricato avrei potuto non dormire senza problemi, pensavo. Per poi ricredermene inevitabilmente la notte successiva.
La stranezza del risveglio trascinò con sè dei lasciti durante il resto della giornata, scandendo i secondi che passavano in modo lento e intrascurabile, quasi come se ognuno di questi fosse una goccia d’acqua gelida che mi cascava dritta in testa. E oltre a questo disturbo post-traumatico da abbondante dormita, di certo gli eventi di quella giornata non mi aiutarono. Nè quelli delle giornate precedenti.
Era un periodo di ansiogeni cambiamenti, troppe cose perse, troppe ritrovate, troppe nuove da iniziare. Troppe cose che sembravano essermi troppo strette per poterle lasciar andare. E paradossalmente l’insonnia creò un distacco tra me e questo traffico mentale, isolandomi e lasciandomi concentrare su dei dettagli che mi sembrarono casuali e del tutto superflui, ma che adesso interpreto come dei segnali.
Quel giorno, in un bar, un uomo e una donna attirarono la mia attenzione. Seduti uno di fronte all’altro, divisi da due caffè fumanti, si guardavano e si sorridevano. Parlavano poco, eppure sembrava che era in quei silenzi che si svolgesse la vera conversazione. Avrei voluto sapere da quanto si conoscessero, da quanto e se si amassero, se fossero innamorati entrambi o solo uno. Poi lui fece scivolare la sua mano lungo il bancone, e sfiorò timidamente quella di lei, che evidenziò il sorriso che aveva stampato sul viso già da un po’. Un’aria diversa, più densa e palpabile, tesa per quanto apparentemente rilassata, aleggiava intorno e tra i due. Le loro mani si intrecciarono e i loro volti si fecero un po’ più seri, con una coordinazione tanto perfetta da sembrare truccata, e lei protese il volto verso di lui, che la baciò piano.
Quando poi si riallontanarono notai che nello spazio che otticamente li separava, poco dietro di loro, c’era una superficie che rifletteva la mia immagine. Dopo essermi vista e poi guardata, capii che il mio umore era cambiato, per quanto non avessi avuto la prontezza di capire come mi sentissi qualche secondo prima. Ma una cosa era certa, mi sentivo più triste. E sul momento pensai che forse semplicemente non mi andava di vedermi. O forse ero triste perché avvertivo un’assenza al mio fianco. Ma dopo un po’ di tempo, riflettendoci ho capito.
Empaticamente, avevo avvertito il potere benefico dell’amore. Quando mi sono vista riflessa, non mi sono sentita “più triste”, ma semplicemente sono tornata a sentirmi come mi sentivo sempre da qualche tempo. Quella che ho visto, e quello che rappresentavo, erano rispettivamente io e tutte le persone che come me, erano senza amore. Oltre che riconoscere la mia eccessiva sensibilità nei confronti di ciò che succede intorno a me, senza curarmi di quello che invece riguarda strettamente me, probabilmente quello è stato il momento in cui ho riconosciuto la potenza, l’influenza, e l’invadenza di questo sentimento. E’ possibile che sia qualcosa di così forte da riuscire ad avvertirlo senza provarlo? Spesso mi sfido a ricordarmi il più a lungo possibile del volto di qualcuno visto di sfuggita, e mi sembra  di ricordare nitidamente il volto di quei due, per quanto non sia così. Sono sicura che la loro immagine nella mia mente è ormai compromessa, ma spero che il loro amore sia rimasto lo stesso. L’amore che ho avvertito, e che poi ho sperimentato sulla pelle.

diría que amo tu piel y que mi piel te ama

Podríamos tener una discusión sobre el amor.
Yo te diría que amo la curiosa manera
en que tu cuerpo y mi cuerpo se conocen,
exploradores que renuevan
el más antiguo acto del conocimiento.

Diría que amo tu piel y que mi piel te ama,
que amo la escondida torre
que de repente se alza desafiante
y tiembla dentro de mí
buscando la mujer que anida
en lo más profundo de mi interior de hembra.
Diría también que amo tus ojos
que son limpios y que también me penetran
con vaho de ternura o de preguntas.

Diría que amo tu voz
sobre todo cuando decís poemas,
pero también cuando sonás serio,
tan preocupado por entender
este mundo tan ancho y tan ajeno.

Diría que amo encontrarte
y sentir dentro de mí
una mariposa presa
aleteándome en el estómago
y muchas ganas de reírme
de la pura alegría de que existía y estás,
de saber que te gustan las nubes
y el aire frío de los bosques de Matagalpa.
Podríamos discutir si es serio
esto que te digo.
Si es una quemadura leve, de segundo,
tercer o primer grado.
Si hay o no que ponerle nombre a las cosas.
Yo sólo una simple frase afirmo
Te amo.

______________________________

Potremmo avere una discussione sull’amore.
Io ti direi che amo la curiosa maniera
in cui il tuo corpo ed il mio corpo si conoscono,
esploratori
che rinnovano il più antico atto della conoscenza.

Direi che amo la tua pelle e che la mia pelle ti ama
che amo la nascosta torre
che improvvisamente si solleva provocatoria
e trema dentro me
cercando la donna che si annida
nel più profondo del mio interno di femmina.
Direi anche che amo i tuoi occhi
che sono puliti e che pure mi penetrano
con un’aura di tenerezza o di domande.

Direi che amo la tua voce
soprattutto quando dici poesie,
ma anche quando suoni serio,
tanto preoccupato di comprendere
questo mondo tanto vasto e tanto alieno.

Direi che amo incontrarti
e sentire dentro me
una farfalla prigioniera
vibrarmi nello stomaco
e molta voglia di ridere
della pura allegria che esisti e sei,
di sapere che ti piacciono le nuvole
e l’aria fredda dei boschi di Matagalpa.
Potremmo discutere se è serio
questo che ti dico.
Se è una scottatura lieve, di secondo,
terzo o primo grado.
Se si deve o meno metter nome alle cose.
Io solo una semplice frase affermo
Ti amo.

si chiude una porta…

Ho perso il mio lavoro di babysitter. Vorrei esprimere questo concetto in maniera più letteraria, ma prima di farlo era meglio esser chiari.
Per i bambini è semplice. Basta trovare qualcun’altro con cui giocare, che li ascolti quando vogliono confidare un segreto, che rida ai loro giochetti e alle loro battute, qualcuno a cui affidarsi, che non li faccia sentire soli. In sintesi: chiodo schiaccia chiodo. Per i grandi invece, diventa un po’ più complesso.

Per quanto riguarda strettamente la sfera emotiva, ho provato una pluralità di sensazioni, che possono essere facilmente riconducibili a quelle che proverebbe una ex fidanzata gelosa, o tradita. Pensare che il loro amore, la loro devozione, la loro fiducia, così puri e incondizionati siano adesso rivolti a qualcun’altro, mi provoca una stretta al cuore. Il loro farmi sentire un’eroina per delle cose tanto banali (come riuscire ad aprire una bottiglia d’acqua chiusa troppo stretta, tradurre qualche parolina di un videogioco dall’inglese all’italiano o uccidere un insetto), vedere i loro occhi brillare per così poco, superava di gran lunga il valore dei soldi che ricevevo.
Pensare invece alla facilità con la quale sono stata rimpiazzata mi amareggia, ma più di tutto mi fa pensare a quanto i rapporti di fiducia tra gli adulti siano appesi ad un filo sottile, molto più sottile di quanto avessi mai pensato.
Tanto impegno per guadagnarsela, qualche euro in meno per dimenticarsene.
Ma poco importa ormai di questo. Spero solo di lasciare di me un bel ricordo nei loro piccoli cuori, e spero che ne parleranno ogni tanto, quando cresceranno. Se fossero in grado di capire, li lascerei dicendogli che hanno insegnato molto più a me di quanto non abbia insegnato io a loro. Ma con i bambini è meglio sparire senza annunciare che stai per lasciarli, così come si fa sparire il ciuccio, la fatina dei denti o babbo Natale. Sono sicura che stanno benissimo anche senza di me, ed è questo quello che conta.

Al di là delle delusioni, nostalgia e risentimento, ho deciso di schiacciare il chiodo con un’altro chiodo anch’io, cercandomi un altro impiego. Per ciò che voglio esporre è inutile specificare di quale professione si tratti, sarebbe  del tutto superfluo.
Dopo aver lasciato qualche curriculum in giro, ho ottenuto un colloquio che si è svolto proprio ieri. E la cosa sorprendente, oltre che l’unica cosa che voglio dire a riguardo, è che posso affermare di aver sbaragliato la concorrenza senza neanche troppi sforzi. I motivi possono essere tanti, compresi tra una concorrenza scarsissima e le mia convincente eloquenza. Sta di fatto che, indipendentemente da come andrà, sono pronta a mettermi in gioco. Il primo impatto dopo il trauma era indispensabile. Posso affermare di aver fatto il primo passo verso una nuova esperienza…o verso la disoccupazione.
Lo scopriremo solo vivendo.

ma tu che vuoi fare da grande?

Riflettevo sulla violenza psicologica inflittaci attraverso questa domanda. Obbligarci a pensare ad un futuro, del quale riuscivamo ad immaginare solo  teletrasporto e macchine volanti. E generalmente, la fantasia impiegata per rispondere a questa domanda era direttamente proporzionale alle risate che ne seguivano.
“Voglio fare…la veterinaria!”
“Ah-ah…”
“Voglio fare…l’astronauta!”
“Ah-ah-ah-ah!”
Oggi, quando mi pongo questa domanda, quelle risate mi suonano ancora nella testa. Proprio oggi, che sono molto più vicina all’essere grande di quanto non immagini.

Da piccola volevo fare l’archeologa, e vorrei tanto ricordarmi quale fu la mia fonte di ispirazione, ma ormai poco importa. Poi decisi di voler fare la ginnasta, ed effettivamente la feci. Nei giorni dispari, per un’ora al giorno. Così come feci la flautista, per qualche ora al giorno dopo la scuola. E oggi, che voglio fare la scrittrice, pubblico qualche riga anonimamente in un sito del quale mi sfugge ancora l’utilità.
Sembra proprio che la realtà non sia all’altezza della fantasia…Sembra. Ma forse la verità è un’altra.

Sono arrivata alla conclusione che realtà e fantasia possano perfettamente coincidere, se non fosse che noi, poveri sfigati, siamo cresciuti nell’obbligo di ridimensionare le nostre aspettative. Con il passare degli anni, ho visto crearsi un divario sempre più incolmabile, tra ciò che avrei voluto essere e quello che sarei realmente diventata. Non ho mai neanche lontanamente pensato che i miei sogni avrebbero potuto avverarsi. Oggi, vivo nella convinzione che i sogni abbiamo esclusivamente due motivi di esistere: scoraggiarmi, e prendere polvere nel loro famoso e apposito cassetto.
Quando mi chiedono cosa voglio fare tra qualche anno, mi vedo costretta a scegliere in un rango di risposte ben ristretto, il cui limite è circoscritto da quelle risate che ho tanto paura di risentire. Questo timore è così radicato in me tanto da farmi sentire come se ormai fosse tardi per tirare fuori le palle e urlare “io posso!”, quando in realtà non è tardi affatto. Mi proietto tra qualche anno, ed oltre che continuare a sperare nelle macchine volanti, mi immagino in un comunissimo e banale ufficio. Questo non implica affatto che non sarò felice, ma proprio non riesco a capire perché non riesco ad immaginare le copie di un mio libro riposte negli scaffali di una qualche libreria.

L’unica risposta che mi sembra avere un senso, ma che probabilmente suonerà come una ridicola teoria complottista, o ancora peggio una sorta di giustificazione alla mia arrendevolezza, è questa: ho la sensazione che ci obblighino a volare basso già da piccoli, con l’obiettivo di tenerci ben saldi con i piedi per terra, semplicemente perché chi non prova ad emergere porta molti meno problemi. Molte meno spese per una famiglia che non deve più pagare la palestra o le lezioni di flauto alla figlia. Molti meno pericoli, per una società che già vacilla, e che non può permettersi di tenete al guinzaglio troppe menti brillanti e potenzialmente pericolose (ovviamente, non è il mio caso).
Oggi io, e probabilmente molti di voi, non abbiamo più le ali non perché ce le hanno tagliate, ma perché ce le siamo tagliate da soli. Perché ci è sembrato l’unico modo per proteggerci da quelle perseguitanti risate. Perché viviamo in una società che non è in grado di sostenere i desideri e le speranze di noi comuni mortali, ma solo di quelli con i soldi. Perché il “sogno italiano” non può nè deve esistere.

Dopo aver a lungo filosofeggiato su questo, ho concluso con una promessa ai miei ipotetici e futur(issim)i figli. Mai, mai e poi mai vi chiederò cosa vorrete fare da grandi. E semmai mi sfuggisse, non risponderò mai con un fastidiosissimo ghigno ironico. Non infliggeró anche a voi l’incubo di portarvelo dietro per tutta la vita. Non vi costringeró a tagliarvi le ali, per poi lasciarvene pentire.

…Io intanto cerco le mie da qualche parte. Magari riesco a ricucirmele.

scuse

Ho deciso di analizzare l’insistente rabbia che mi schiaccia ogni giorno, lo stato d’animo perenne che fa da sfondo a quello apparente e superficiale. E ho concluso che probabilmente deriva dalle scuse che non mi sono state fatte. Dal perdono che ho preservato inutilmente e che ha maturato per diventare rancore. Semplici, banali scuse.

Vorrei che mi venisse chiesto scusa, per le costrizioni che mi sono state imposte durante l’infanzia. Per avermi fatto credere che non avrei mai potuto diventare “un” pilota, o “un” benzinaio. Per avermi fatto credere che esistono realmente giocattoli per maschietti, e giocattoli per femminucce. Per avermi costretta a non poter coltivare passioni che non fossero la cucina, il trucco, i capelli e le bambole. Per lo sforzo che ho dovuto (e che continuo) a fare nel cercare di superare questi limiti inesistenti.

Vorrei che mi venisse chiesto scusa, per tutte le volte che mi è stato chiesto di abbassare la voce quando avrei dovuto urlare, per tutte le volte che mi è stato chiesto di smettere di suonare il flauto, perché era tardi e la gente voleva dormire. Per tutte le volte che mi è stato chiesto di non cantare, di non ridere forte, di non piangere.
Vorrei che mi venisse chiesto scusa, per tutto l’amore che ho dato e che non è stato compreso o neanche lontanamente ripagato. Per aver dato ascolto a persone che non avrebbero meritato nemmeno uno sguardo. Delle scuse per le relazioni che mi hanno ferita, che mi hanno fatto credere di non meritare rispetto, semplicemente perché non ho le tette abbastanza grosse da essere reputata una donna.
Vorrei che mi venisse chiesto scusa, per quanto ho odiato il mio corpo in questi anni. Per avermi fatto credere di essere sbagliata troppo presto, per avermi costretta a sottopormi ad una vita di privazioni, di diete massacranti, di digiuni, di abboffate, di vomitate.

Che mi venisse chiesto scusa per aver pensato di essere stata mandata sulla terra dal diavolo già ad otto anni, perché oggetto del desiderio sessuale di un uomo. Per avermi fatto pensare che essere desiderabile fosse riprovevole, quando in realtà una bambina semplicemente non dovrebbe preoccuparsi, di essere desiderabile. E non dovrebbe preoccuparsi del fatto che un uomo anziano non è detto che ti ami come fa tuo nonno, ma che potrebbe volerti toccare in posti che non hai ancora avuto il tempo di scoprire, e che sei irrimediabilmente stata costretta a farlo.
Vorrei che mi venisse implorato perdono, per l’infanzia che mi è stata tolta e che non vivrò mai. Per la verginità, non semplicemente fisica, che mi è stata rubata. Per lo sforzo che ho fatto per riappriopriarmene con le unghie e con i denti.

Vorrei semplicemente delle scuse, per poi essere pronta a ringraziarmi di essere riuscita a salvarmi, e di avere la forza di preservarmi ogni giorno. Per essere fiera di quella che sono. Per amarmi, ed accettare il fatto che posso essere amata esattamente come sono, senza scetticismi. Ringraziarmi per aver  finalmente trovato la persona giusta, quella della vita.

Ma soprattutto, per riuscire a mandar via tutta questa rabbia che mi affligge, e cominciare a respirare, senza aver paura di farlo troppo profondamente.